You’re next

Animalaction

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Riunione di famiglia, con genitori, figli, e fidanzate dei figli, nella villa sperduta nel bosco.
Delinquenti fuori dalla casa, armati di balestra e machete, mascherati da animali.
C’e’ il cattivo con la maschera da lupo (che pero’ i titoli di coda suggeriscono essere una volpe), e il cattivo con quella da agnello. Ci sono gli immancabili cellulari sabotati e ci sono i trappoloni piazzati dappertutto.
Funziona, funziona alla grande quel nuovo gioiellino horror del filone “home invasion” che e’ “You’re next”.
E dire che tolto l’incipit tostissimo e ricco di tette, c’e’ una buona mezz’ora dove il concetto del “sto guardando una cazzata” tende a prendere il sopravvento.
In realta’ dalla meta’ del film in avanti il divertimento e’ assicurato.
Tolto un certo disappunto per un paio di situazioni decisamente fuori luogo, per alcuni dialoghi abbastanza surreali, e per almeno una uccisione balorda in perfetto stile “Final destination”, dal momento in cui la trama inizia a dipanarsi la pellicola si mostra per cio’ che e’ realmente: una figata.
Aiuta, e parecchio, una regia sempre sopra la media, aiuta una colonna sonora efficace ed intrigante e aiutano anche gli attori, a partire dalla credibilissima protagonista.
Cio’ che piace piu’ di tutto, e’ pero’ l’escalation di violenza mista ad azione, la lotta per la sopravvivenza fine a se stessa, senza moralismi e senza remore, la voglia di continuare ad alzare l’asticella della tensione ad ogni inquadratura.
Non e’ perfetto “You’re next”, ma sa farsi perdonare i pochi limiti offrendo in cambio un prodotto assoltamente godibile.
Da vedere.

Licantropia apocalypse (Ginger snaps unleashed)

Tintarella di luna

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Il primo “Ginger snaps” (“Licantropia evolution” per noi italici) mi era piaciuto tanto.
Nel profondo del mio cervello poco incline al cambiamento radicale, speravo in un secondo episodio simile al primo.
Invece, in barba al detto “cavallo che vince non si cambia”, la produzione mannara di “Ginger snaps” stravolge completamente il plot originale e ci regala un secondo capitolo pieno di sorprese. A partire dalla Ginger del titolo che qui si vede si e no due minuti in veste ectoplasmatica.
Rimane la bravissima, Emily Perkins questa volta affiancata da “Ghost”, bambinetta prodigio ricca di risorse.
Si abbandona il tono scanzonato degli esordi, e gia’ dalla sigla iniziale si percepisce che il film sara’ molto piu cupo e “gore” rispetto alle origini.
Cosi in effetti e’, la bussola traccia un ipotetica rotta ma si naviga comunque a vista.
Ancora lupi mannari e vendette trasversali, ma situazioni profondamente differenti, punti di vista stravolti, il nosocomio al posto del college, gli inservienti al posto dei bulli, la Perkins al posto di Ginger, i toni cupi al posto delle battutacce da bar, i buoni al posto dei cattivi.
A restare invariati sono, purtroppo, i difettucci che affliggevano il primo, sostanzialmente tutti concentrati nella pessima realizzazione del lupaccio.
Poco importa, si passa oltre, perche’ altro e’ quello che interessa.
Un po “The ward” un po “Mamma ho perso l’aereo”, “Licantropia Apocalypse” piace perche’ si sforza di offrire un esperienza completamente diversa da quella del predecessore.
Ci vuole coraggio per cambiare quando si ha tra le mani un prodotto di buon livello.
Ci vuole coraggio a stravolgere gli schemi che avevano fatto la fortuna del primo episodio.
“Licantropia apocalypse” ha coraggio.
Ci prova.
E ci riesce, senza forzature, con stile, confermando la bonta’ di un progetto che ha ancora tanto da raccontare.
Il film funziona, ha ritmo, la trama regge, i colpi di scena non mancano e il plot twist finale e’ fottutamente efficace.

Frankenstein’s Army

Dead snow steampunk misto Iron sky

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Seconda guerra mondiale. Come non ce l’hanno mai raccontata. I soldati russi girano per i villaggi russi a salvare i compagni russi. Un ebreo russo li segue con la telecamera a spalla. I russi parlano italiano con un marcato accento russo. I russi cercano i russi e invece dei russi nel villagetto abbandonato ci trovano quattro conigli, un lupo e il figlio di Frankenstein. Il figlio di Frankenstein non e’ russo….e’ tedesco, come suo papa’. Parla italiano con un marcato accento tedesco.
Pazzo, fobico, lucido, apolitico, crea zombi nazisti assemblando pezzi di morti con eliche di aeroplani e siringhe. Gli zombot.
‘Na figata ‘sti zombot che finche’ non li vedi non la puoi mica capire.
Che ce n’e’ uno col trapano infilato in bocca e dei trampoli di ferro al posto delle gambe, e la maschera antigas, e l’elmetto da SS, e la svastica sul braccio, poi ce n’e’ un altro con le tenaglie al posto delle mani….e un altro con quattro occhi, e quello senza la testa con la corazza imbullonata addosso, e quelli con gli scafandri da palombari….e una che somiglia a Lady Gaga, ma piu’ strana.

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Spttacolo. Mi prende il delirium tremens quando vedo certe cose. Penso al mitico e nostrano “Morituris” con i gladiatori zombi…e poi mi bevo tutto d’un fiato anche questo “Frankenstein’s army”. Io mi entusiasmo.
Mi entusiasmo quando uno che arriva dall’olanda, con un cognome impronunciabile e un budget risibile, al suo primo lungometraggio si inventa un film del genere.
Bravissimo l’olandese.
Bravissimo perche’ a parte gli zombot, ci regala una location da favola, con morti appesi al soffitto, laboratori sotteranei e carrelli da miniera. Ci regala una musicona filo-sovietica col coro del Bol’šoj… ma techno. E nei titoli di coda da’ un nome ad ogni mostro. E la meta’ li chiama con nomi di carri armati russi, senza accento marcato.
La storia? Ma chi se ne frega della storia, chi se ne frega delle incongruenze e degli attori messi a caso.. Che davvero lo guardereste per la storia un film con gli zombi nazisti robotizzati?

Hansel e Gretel cacciatori di streghe

aspettando Salem

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E’ che quando si parte con aspettative troppo alte poi inevitabilmente si finisce col restar delusi.”World war Z” non l’ho ancora visto. Ma ne ho letto talmente male sul web, che il mio livello di attesa e’ passato da 10 a 0 in pochi minuti. Ora, sono convinto che mi piacera’.
Mi piacera’ perche’ ormai mi aspetto il peggio, e sicuramente qualsiasi cosa vedro’ sara’ migliore del concetto che mi sono creato in testa. Bene, gli stessi internet-critici che dicono male di WWZ hanno idolatrato “Hansel e Gretel” di Wirkola. Io Wirkola lo adoro per avermi regalato quella perla di “Dead snow“; uno piu uno due, il mio livello di attesa passa da 0 a 10 in pochi minuti. Finalmente, in un pomeriggio uggioso, lo guardo. Finisce. Taccio. Niente applauso, niente saltone sul divano. Sto li. Un po inebetito e un po perplesso. La domanda che mi gira in testa e’ ” tutto qui?”. Ma non mi voglio rispondere. Perche’ rispetto il popolo del web, e amo Wirkola. Pero’ son rimasto freddo. Colpa, colpissima, delle stramaledette alte aspettative di cui sopra. Sia chiaro, il film non e’ male in senso assoluto: gradevole, simpatico, frenetico, scorre via veloce che e’ un piacere, tosti gli attori, tostissime le armi, giuste le streghe…ma non riesco a collocarlo, a etichettarlo, soprattutto non riesco a dargli un senso…della serie “ce n’era davvero bisogno?” E’ troppo teen per essere splatter e troppo splatter per essere teen. Sta li’, nel limbo, come me sul divano mentre scorrono i titoli di coda.

Paura

Lo stile, finalmente.

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Manetti Bros alla regia. Peppe Servillo nel ruolo del cattivo. Si parte alla grande, con voce fuori campo che fa tanto Dario Argento (nel senso della tonalita’ e non della modalita’), alberi che si stagliano contro le finestre mossi dal vento, che fa tanto Dario Argento (questa volta si’, nelle modalita’ di ripresa ricorda tanto l’incipit di Suspiria). Poi Peppe, grandissimo protagonista e perfetto nella parte, marchese con Rolls e villa annessa che nasconde segreti indicibili. Li scopriranno un gruppo di ragazzi un po’ borderline, ben rappresentati da un cast giovane e di buone se non ottime speranze. La prima parte e’ naturalmente introduttiva, poi, dal ritorno del marchese alla villa, l’asticella inizia ad alzarsi. C’e’ lo stile classicheggiante dei vecchi film thriller con Gregory Peck, c’e’ la tensione del buon “Misery non deve morire”: Servillo come la Bates nell’inesorabile coming (back) home. Il film e’ girato in economia, gli effetti splatter sono ridotti al minimo, e’ cinema di contenuti, tutto giocato su di una regia sempre nuova e sempre all’altezza e su interpretazioni di livello. La sceneggiatura e’ perfetta, ci sono tutti i cliche’ del cinema horror, le inquadrature sono perfette, i tagli, il montaggio i movimenti di camera riportano all’horror convenzionale che recita se stesso. E per non farsi mancare nulla, plot-twist nel finale. Bello! Bravi! Bis! Questa e’ l’italia che ci piace.

At the end of the day

Wolf creek de noantri

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Era ora. Io ci speravo sempre…..che mi sta un po sul gozzo che americani, inglesi, messicani, spagnoli, e adesso pure i francesi, siano tutti capaci di fare un buon thriller-horror da esportazione e noi italiani no.
Noi che abbiamo inventato il cinema di genere viviamo di ricordi.
Ecco, adesso diciamo che qualcosa all’orizzonte si muove.
Lungi dall’essere un film perfetto, “at the end of the day” ha alcune buone carte da giocare e le gioca bene. Sia ben chiaro, niente di nuovo sotto il sole, niente che non si sia gia’ visto, ma comunque un buon thriller, con una regia di livello e finalmente un cast che si rispetti. La storia fa tanto “wolf creek” et similia, ma il film comunque ha qualcosa. Gia’ i titoli di testa promettono bene, bella la grafica, bello leggere “regia di” invece di “directed by”, le ambientazioni sono efficaci e la colorimetria corretta, la narrazione e’ diretta e leggera, tutto funziona, senza picchi di rilievo, ma funziona.
Il film ci racconta della corsa al bodycount totale di un gruppo di ragazzi che si ritrovano nel bosco durante una sessione di soft air.
Naturalmente non sono soli.
Ci sono anche i cattivi. Dalla mezzora in avanti la suspence inizia a farsi efficace, di li’ a poco la mattanza diventa incessante, nel frattempo ci si affeziona ai protagonisti e si digeriscono meglio alcuni buchi di sceneggiatura.
Il finale e’ un po “telefonato” ma strappa comunque un sorrisino sadico. Tra i nuovi film “di genere” italici, sicuramente uno dei piu’ riusciti.

The Ward

suspence di classe

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John Carpenter. Tanto basterebbe per dire che il film e’ sublime. Almeno per me che sono spudoratamente di parte quando parlo di uno dei miei registi preferiti. “The ward” ne segna il ritorno alla regia dopo una lunga pausa. Si’, e’ sempre lui, ancora perfetto, ancora artigiano del cinema, ancora sincero, ancora culto. Il nuovo film ricorda “suspiria” per le ambientazioni, per il cast tutto femminile, per la ricerca della soluzione al mistero che si dipana tra corridoi lugubri e stanze chiuse. C’e’ una forte similitudine anche con “sucker punch” almeno per la location e per le modalita’ di sviluppo della trama, considerato che i due film sono praticamente contemporanei la cosa e’ abbastanza curiosa. “The ward” e’ un thriller horror ben confezionato. L’atmosfera e’ da subito forte…si respira inquietudine in ogni secondo, in ogni inquadratura, ad ogni rumore. E’ tutto perfettamente coerente, cupo, angosciante. E la suspence perdura anche dopo il mostro, anche dopo lo svelarsi della trama, anche nell’ultimo psicotico momento del film. Da guardare con le spalle rigorosamente al muro per evitare di voltarsi ogni secondo. Al buio e col volume a palla.

maratona Hellraiser (Hellraiser saga)

hellraiser / hellbound (hellraiser 2) / hellraiser 3

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la storia

Tutto ruota intorno alle scatole di Lemarchand, oggettini cubiformi che se appositamente maneggiati aprono le porte del mondo degli inferi. Ad attendere il possessore della scatolina in oggetto ci sono i “cenobiti” (o supplizianti) ex esseri umani trasformati in guardiani dell’Ade. Fuggire dagli inferi non sembra poi cosi’ complicato, considerata la frequenza con cui in ogni capitolo di “Hellraiser” ci vengono propinate ex-anime dannate. E’ sufficiente decifrare il rebus alla base della scatolina e si aprono le porte.

i cenobiti

Trattandosi di una simil-prigione, l’inferno, dicevamo, ha i suoi carcerieri che sono i “cenobiti” di prima. Nei tre capitoli se ne contano nove, tutti differenti e splendidamente caratterizzati. I “cenobiti” inseguono l’anima fuggiasca con lo scopo di riappropiarsene, non disdegnando qualche malcapitato extra…solitamente chi ha l’ardore di aprire il cubo o un coglione qualsiasi incontrato lungo il percorso. Tra tutti i cenobiti uno in particolare, Pinhead, e’ assunto full-time come testimonial della serie.

hellraiser

Il film si sviluppa su tre capitoli che possono contare sulla paternita’ di Clive Barker. Il primo e’ sicuramente il piu’ riuscito, un po’ per la trama lineare, un po’ per l’assoluta novita’ che ha a suo tempo rappresentato, un po per il giusto mix tra horror e misticismo perverso. L’inferno qui e’ un inferno circoscritto, tutto si svolge tra le mura della casa infestata, il sangue scorre a fiumi, i personaggi sono appena tratteggiati e l’incubo funziona.

hellbound

Il secondo episodio e’ piu’ confuso e soffre di un ritmo incostante che alterna attimi concitati a lunghe ed inutili pause narrative. Ha dalla sua una piu’ approfondita analisi dei personaggi, delle location piu’ efficaci, e, naturalmente, il dottor Channard, figura indimenticabile per chiunque abbia visto il film. La visione infernale si allarga e trascende i confini tra reale e immaginario.

hellraiser III

Il terzo episodio e’ sicuramente il piu’ terreno, un po perche’ come recita il payoff qui l’ inferno e’ sulla terra, un po perche’ scompaiono misticismi e mitologie dei primi due capitoli per fare spazio all’azione a tutto campo. Pinhead viene approfondito a dismisura, diventa piu’ umano e piu’ macchietta, e perde inesorabilmente il fascino perverso e sinistro che lo aveva caratterizzato fino ad ora.

fine corsa

Hellraiser rappresenta un istituzione nel campo dell’horror anni 80/90; e’ disturbante in piu’ di una occasione e nonostante gli effetti speciali datati rimane, nella sua estetica sadomaso, un punto di riferimento. La visione dell’inferno e dei dannati e’ ancora oggi inarrivabile: livida, perversa e malata. I supplizianti, il loro look di pelle, lattice e catene, i mostri, le ambientazioni, tutto e’ avanguardia. I tre film, si dipanano tra alti e bassi fino all’inesorabile finale ma rimangono indiscutibilmente un termine di paragone con cui qualsiasi horror successivo deve confrontarsi.

Cabin fever

“..fanno sacrifici umani..non e’ da cristiani”

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Queste due righe sono assolutamente di parte, quindi se odiate Eli Roth passate tranquillamente oltre. Se invece lo amate condividiamo Cabin Fever, opera prima di uno dei pupilli dell’inarrivabile Quentin Tarantino. “Hostel” non esiste ancora, e Eli coproduce, scrive e dirige un filmetto splatter low budget che ad anni di distanza continua a divertire. Il ragazzo ci sa fare, per tutto il film si respira confidenza con la macchina da presa, sicurezza nelle proprie possibilita’ e goliardia becera. Passa, netta, la sensazione che Roth si sia divertito, e non poco, nel girare la mattanza; piace rivedere Tarantino ad ogni angolo, in ogni battutaccia scorretta, in ogni macchietta. La trama e’ presto detta: cane malato di virus letal-schifoso contagia boscaiolo che contagia ragazzotti bellocci in teen-vacanza nello chalet di montagna. I “protagonisti” sono i classici protagonisti da teen-horror sfigato, li guardi un secondo ad inizio film e gia’sai che non se ne salvera’ mezzo. I “colpi di scena” sono tutti “telefonati”, noi palatoni fini dell’orrido abbiamo studiato, siamo preparati, ce l’aspettiamo. Quello che non ti aspetti sono i comprimari, le comparse, lo sceriffo del villaggio, Eli Roth che fuma erba, la banda di storditi della merceria…loro, tutti, sono la vera anima del film…nei dialoghi idioti, nella caratterizzazione sopraffina, nelle personalita’ al limite della demenza, nei ricercati paradossi. Cabin e’ gustosissimo, pacchiano e divertente, dolcemente tarantiniano con un pizzico di nonsoche’ in piu’. Da ri-scoprire.

Eaters

zombie d’italia

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Massima stima per un progetto indipendente italiano girato da due filmmaker esordienti con un budget ridottissimo ed una sola telecamera. Cosa piace? la regia: si sofferma sui dettagli, e’ curata, dinamica, ben strutturata, bella anche la fotografia nonostante una evidente carenza di location efficaci. Piacciono anche i due protagonisti, in perfetta antitesi tra loro e comunque sufficientemente caratterizzati. Piace molto, moltissimo, la scena del tiro a segno con i neonazisti; bella, credibile e potente…Non piace: il colore desaturato: mi ricorda tanto, troppo, “the road” o “codice genesi”, gia’ visto, ha abbondantemente rotto le scatole; l’apocalisse si puo rappresentare anche senza lo schermo grigio. Non piacciono i tempi, che sono un po troppo dilatati, tante chiacchere, poca azione, qualche zombie che pero’ non spaventa e non crea suspense…non convince del tutto la sceneggiatura, che a volte e’ un po deboluccia, e quel che c’e’ di buono nella trama viene poco approfondito per lasciare spazio a dialoghi ridondanti. E soprattutto avrei voluto, da un film italiano, un po piu’ di italianita’, nelle scelte stilistiche, nelle location, nei nomi, nei mezzi. Eaters e’ un film coraggioso, da apprezzare per tanti versi, ma comunque molto migliorabile. Fulci, Avati e Deodato sono (purtroppo) ancora lontani.

Slither

da troma con furore

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Che non e’ che ci voglia poi tanto a fare un buon B-movie. Bastano tre/quattro attori ben inseriti nella parte, una storia presa pari pari dai film di fantascienza degli anni che furono (invaders from mars, invasion of the body snatchers, the thing from outer space, ci sono tutti!!!) e un regista di talento, ex-troma, che sappia dosare l’horror puro (si’, “slither” ha momenti in cui riesce ad essere disturbante) con una continua ironia di fondo. Aggiungiamo i virus alieni, la contaminazione, l’invasione, gli zombi, la bella e la bestia. Misceliamo il tutto con effetti speciali con cgi ridotta al minimo, due/tre mostri fatti bene, un po di musica country e gustiamo….mmmmm….ottimo.

Il serpente e l’arcobaleno

Magia nera

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Non il classico zombie-movie. Un’analisi lucida, profondamente contestualizzata nel mondo reale, quasi didattica. Polveri venefiche e allucinazioni, morti non morti, e tutta la cupa, affascinante, inquietante magia del vodoo e di Haiti raccontata a tinte forti, fortissime, con immagini di vita vera, vissuta. Il film ti prende e ti porta la’ , con loro, con i protagonisti e con gli haitiani. Bravo Wes Craven che costruisce un horror non horror, che striscia, suggestiona e appassiona. Qualche caduta di stile nel finale.

La casa nel vento dei morti

Provaci ancora Sam…

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Difficile parlare di un prodotto del genere. Difficile parlarne troppo bene, e altrettanto difficile parlarne troppo male. Il film italico di genere, figlio dei nostri Argento, Avati, Bava, Deodato, Fulci…di nuovo vivo e pulsante in questo “la casa nel vento dei morti”….trepida attesa….che dire…la fotografia e’ ottima, le musiche pure, l’ambientazione eccezionale, rurale, padana, bellissimo il casolare, bellissimo il tavolaccio, bellissima la porta di legno dell’entrata, bellissimi i prati, strepitosa e foriera di buone cose a venire, la scena dei cacciatori nel bosco… “io non dimentico mai una faccia”…brivido…Fine. Tutto il resto e’ quantomeno deprecabile, e mi dispiace, perche’ le idee ci sono, il budget limitato non da segno di se’, ma troppe leggerezze di fondo, una recitazione sicuramente lungi dall’essere perfetta, e una certa, invadente, eccessiva sicurezza nei propri mezzi finisce col guastare una festa che voleva e doveva essere bella. Peccato, varrebbe la pena riprovarci e aggiustare un poco il tiro. La base, buona, rimane, il popolo fiducioso aspetta.

The descent

paura del buio?

A-Descida-The-Descent-15

Un ottimo horror, questo film ha tutto quello che mi piace: i mostroni cattivi (bellissimi e soprattutto credibili), un buon cast, ambientazioni perfette e terribilmente claustrofobiche. Il film da il meglio dopo i primi 20 minuti (il prologo in effetti è un po scialbo), la discesa nella grotta (che vuole essere anche una discesa verso le paure più intime) è decisamente spettacolare, inquieta, carica di tensione. Dall’arrivo dei cattivoni in avanti l’influenza della saga di Alien diventa palpabile, ma il film comunque intrattiene e diverte. Il dvd, nella sua versione doppio disco, non eccelle per qualità video ma è ricco di extra e curiosità. Assolutamente consigliato.

Silent hill revelation

occasione sprecata

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Avevo letto cose non esaltanti su questo seguito dell ottimo “Silent hill“, ma volevo vedere per capire…sperando di poter andare controcorrente…che poi a me piace un certo genere e magari…magari fa schifo al pubblico mainstream ma io….invece no. Purtroppo e’ brutto..ed e’ un peccato perche’ gli effetti sono gradevoli e tradiscono un certo budget a disposizione..insomma i mezzi c’erano, la strada , buona, era tracciata…vien da chiedersi perche’. Le atmosfere del primo non ci sono piu’. I movimenti inquieti dei mostri…le visioni malate, livide, cupe…i suoni angoscianti…niente di tutto questo…in compenso troviamo Pyramid che guida la giostra dei bambini…perche’?